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Posso immedesimarmi con facilità in Marcel Proust, quando cita nella Recherche le madeleines, dolci seducenti e morbidi che, con il loro sapore, hanno il potere di resuscitare ricordi d’infanzia facendoli emergere dalle profondità del subconscio.

Le mie madeleines sono invece le copertine dei romanzi di Emilio Salgari, il cui sapore evocativo ho ritrovato nelle ristampe dell’immediato dopoguerra, nelle edizioni classiche Bemporad di Firenze e Viglongo di Torino.

Avrò avuto non più di dieci anni, quando mio padre mi fece dono del Corsaro Nero per il mio compleanno. In seguito, ho letto e riletto anche tutti gli altri. Poi, alcuni anni fa, sono stato invitato a parlare di Salgari in un convegno dedicato alla sua figura di scrittore; l’evento era organizzato da un bibliofilo torinese, raccoglitore fortunato delle  reliquie che sono le prime edizioni salgariane di fine Ottocento. Il mio intervento, durato non più di mezz’ora, si ricollegava a ricordi famigliari, che mi aveva trasmesso mio padre. Rivedendo quelle copertine che, ancora prima della lettura,  avevano eccitato la mia fantasia di bambino, ho così capito la magia arcana dei dolcetti morbidi di Proust, e gli effetti che comportavano sui ricordi rimossi.

Per mestiere, non scrivo mai in prima persona, e del resto neanche Proust lo faceva, ma qui non posso farne a meno, perché devo mettere in gioco ricordi personali, intimi, e che il lettore possa perdonarmi.

Il flusso dei miei ricordi inizia alle mattine della domenica, quando mi infilavo nelle lenzuola del letto di mio padre per farmi  raccontare, per l’ennesima volta, la presenza dell’indimenticabile scrittore di avventure nella villa di mio nonno Salvatore Levi, ai piedi della collina torinese, in una località ancora oggi chiamata Madonna del Pilone. Lì Salgari viveva in affitto, con la moglie e i figli Omar, Nadir, Fatima e Romero. Una targa in marmo lo ricorda ai passanti.

Mio padre era un paziente affabulatore, e accontentava tutte le mie richieste sui particolari di una vicenda, poi finita in tragedia. Quando lo scrittore affittava la loro casa, mio padre era poco più di un bambino, ma già appassionato lettore di Salgari che preferiva a Jules Verne, che era l’alternativa canonica nella letteratura per ragazzi di allora, e ancora per la mia generazione: e infatti, anche per me, Ventimila leghe sotto i mari era assolutamente noioso.  Ma forse il mio approccio col grande francese sarebbe stato differente, se l’autore di Capitan Tempesta non avesse vissuto nella casa di nonno Salvatore.

Papà mi raccontava di quanto l’editore Bemporad lo sfruttasse: con una famiglia così numerosa da mantenere, Salgari chiedeva sempre anticipi per libri appena messi in cantiere. Scriveva in terrazza, con accanto una fiasca di vino.  Ero affascinato in particolare da un’ipotesi curiosa, di cui non ho mai potuto appurare la veridicità, secondo la quale  erano  gli occhi color pervinca di zia Irma, sorella di mio padre, ad aver ispirato le fattezze della bellissima Jolanda, la figlia del Corsaro Nero.

Ma il momento più emozionante era rappresentato dalla descrizione dell’uscita senza ritorno dalla villa di Madonna del Pilone, nella primavera del 1911. Il suo corpo, dopo lunghe ricerche, era stato ritrovato sulla collina di Val San Martino, una camminata molto lunga, prima di uccidersi, disperato, con una sciabolata nel ventre.  Qualche tempo dopo, sua moglie venne ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Collegno. «Dei figli si sono perse le tracce» mi  raccontava papà, sapendo che la domenica successiva mi sarei fatto raccontare tutto di nuovo.

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