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Abbiamo letto su un periodico d’arte che la pittura di paesaggio è del tutto defunta e che a sostituirla degnamente è la fotografia. Era questa la succinta risposta di un critico militante a una lettrice che desiderava sapere se questo genere tematico avesse ancora diritto di sopravvivenza.

Intanto va premesso che una corretta dichiarazione di morte certa si fa solo a salma presente.

Per questo motivo sarebbe opportuno pretendere dalla critica d’arte impegnata nel comparto dell’avanguardia contemporanea, di chiarire ogni problematica posta dal pubblico profano con correttezza, rispondendo con rigore ai quesiti, e basandosi su canoni estetici definiti, e non su quelli legati ai capricci della moda.

Lo stillicidio psicologico nei confronti di chi utilizza tavolozza e pennelli è un gioco che dura ormai, a livello internazionale, da quaranta anni.

È stato un processo condotto senza assoluzioni da critici, musei, fondazioni private e da mercanti europei e americani, con punte massime di soffocamento tra gli anni Settanta e fine anni Novanta. Le diverse correnti sperimentali di quei decenni – ricordiamo l’Arte Povera; quella comportamentale con il mongoloide di Gino De Dominicis, esposto alla Biennale di Venezia; quella concettuale con la Merde d’artiste di Piero Manzoni – sono state le dissacranti espressioni, coadiuvate da tecniche non di tradizione, mirate a un gioco di contestazione antiborghese.

Ma la borghesia è rimasta conquistata da quei messaggi, consumandoli come prodotti visuali, senza badare a spese.

Sono stati anni in cui chi usava la tavolozza veniva tacciato di essere un passatista, e chi osava dedicarsi al paesaggio di romanticismo oltre ogni tempo massimo.

Questa condanna senza appello rappresentava per il pittore una totale emarginazione sociale, culturale e di mercato.

Ricordiamo il caso di Riccardo Tommasi Ferroni, che piangeva vagando senza meta lungo i viali di una delle Biennale di Venezia degli anni Settanta, trascinandosi dietro le sue tele di figure e di paesaggi: il pittore toscano avrebbe dovuto condividere lo spazio con un altro artista il quale, essendo in quel momento un concettuale di grido, aveva preteso e ottenuto il suo allontanamento.

Da questa umiliante discriminazione Riccardo Tommasi Ferroni non si riprese più.

Tuttavia oggi si può con ragione sostenere che sono riusciti a salvarsi non pochi pittori figurativi capaci di reagire al terrorismo psicologico dei decenni scorsi, proponendo ricerche che coniugano contemporaneità e memoria.

Negli anni difficili non hanno rinunciato a tavolozza e pennello maestri del colore come il torinese Mauro Chessa, allievo di Francesco Menzio, il siciliano Piero Guccione che è stato aiuto di bottega di Renato Guttuso a Roma, e il più giovane di tutti, il toscano Alessandro Tofanelli, un paesaggista metafisico protetto da Pier Carlo Santini e Carlo Ludovico Ragghianti, esimi storici dell’arte che hanno saputo leggere assai bene la pittura come valore essenziale a livello espressivo.

Attualmente accade che il mercato della pittura figurativa sta ritornando in auge a livello internazionale, a seguito della crisi dell’arte dei giovani su cui puntare come scommessa, e del sorgere di una diffidenza del collezionismo internazionale nei confronti della troppo abbondante produzione di immagini fotografiche e di video.

Si ritorna quindi alla pittura.

Se visitiamo gli ateliers degli artisti e le loro esposizioni personali, possiamo constatare che la ricerca sul paesaggio, come genere tematico, ha ancora molto da dire: c’è la ricerca intimista verista, quella esistenziale realista o allusiva informale. Operano in Italia e all’estero artisti padroni del colore e persuasivi nell’impianto segnico.

Altri purtroppo costringono l’osservatore a una critica negativa, perché portatori di un colore sporco, oppure perché filtrano in maniera pedestre le emozioni dei maestri del passato, i quali del resto eseguivano a volte lavori indifendibili dal punto di vista poetico ed espressivo. Va ricordata, a questo proposito, la divertente e perfida esclamazione dello scrittore Ennio Flaiano: Dio! Dio! fai che domattina quando apro le persiane non mi ritrovi di fronte a una Marina di Carlo Carrà!.

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