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Il mio primo incontro con Achille Bonito Oliva risale all’inizio degli anni Settanta. Era arrivato a Torino in occasione della mostra dei Segnalati Bolaffi, che si inaugurava nello spazio espositivo di via Carlo Alberto dove aveva anche sede la redazione della Giulio Bolaffi Editore. Mi trovavo in piedi sulla soglia insieme ad Alberto Bolaffi e Umberto Allemandi, che allora era il direttore del mensile BolaffiArte, ad accogliere gli ospiti giunti da tutta l’Italia, storici dell’arte, giornalisti, galleristi, artisti, collezionisti di alta caratura. Al suo arrivo, Achille Bonito Oliva, scambiandomi forse per un usciere, mi strinse rapidamente la punta delle dita, senza neppure degnarmi di un’occhiata, rivolgendosi direttamente a Umberto Allemandi, che si stava intrattenendo con Luigi Carluccio. Oggi pochi lo ricordano, ma Carluccio era un critico d’arte di primaria importanza, consigliere della famiglia Agnelli e titolare severo della rubrica d’arte del quotidiano La Gazzetta del Popolo, che contendeva i suoi lettori alla Stampa di Torino. Oltre a questo, era anche il direttore del Catalogo Bolaffi d’Arte Moderna, di cui il sottoscritto era capo redattore. Nel susseguirsi dei saluti e delle ufficialità, Achille Bonito Oliva si intromise, con arroganza e assoluta mancanza di tatto, nella conversazione. L’interruzione era così fuori dalle regole di buona creanza, da urtare decisamente i nervi a Luigi Carluccio, che era un uomo alto e assai elegante nel vestire e nel comportamento. Aveva però un pessimo carattere, ed era facile alle battute sarcastiche nei confronti di chi considerava indisponente; io stesso ne fui vittima qualche anno dopo, quando in un suo articolo mi definì “un lupo travestito da agnello”; ne vado fiero ancora oggi, ma questa è una storia da raccontare un’altra volta. Senza nascondere la sua irritazione, salutò Allemandi con un leggero inchino e girò i tacchi dirigendosi all’interno, verso la sala espositiva. Il Premio Bolaffi si rivolgeva a giovani artisti emergenti, segnalati da critici d’arte il cui giudizio, come quello di Carluccio, aveva potere di vita e di morte per la loro carriera. Con mio stupore, sfiorandomi, mi apostrofò con aria accigliata: “Levi, le lascio il mio posto accanto ad Allemandi. Le piacciono le olive che abbiamo qui? O preferisce quella di marca Saclà?”

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