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Quella volta che ho fatto il tifo, anzi la seconda, dopo l’ittero neonatale, che però mi ha colpito senza motivo. In questo contesto del Lunedì tengo a precisare l’inutilità di dilungarmi più del necessario in chiave autobiografica. Gli eventi curiosi che mi hanno coinvolto sono innumerevoli, ma a volte imbarazzanti per me e, può anche darsi, per chi mi legge; tuttavia, rivivere gli accadimenti di un lontano passato è un curioso capriccio, che coltivo anche per verificare il mio attuale comportamento reattivo. Esemplifico, non a caso, con la tragedia che ha colpito, nello scorso 4 marzo, il mondo del calcio. La morte di Davide Astori. Per tre giorni ne hanno parlato i giornali e i notiziari televisivi. Confesso che non sapevo nulla del trentunenne capitano della Fiorentina, ma ho assistito allo scorrere delle immagini che lo hanno ricordato; i suoi calci di rigore andati in rete; la sospensione di tutte la partite; il funerale, il lungo corteo dei compagni di gioco e della folla anonima in lacrime; la ripresa struggente del minuto di silenzio disposto su ogni campo di calcio. Ora che so chi è stato Davide Astori, ne voglio scrivere perché ho già vissuto un simile momento quella volta che, a quattordici anni, il 4 maggio 1949, ho pianto a dirotto alla notizia della tragedia di Superga, la collina dove si è schiantato il velivolo del grande Torino, falciando la squadra al completo. Da quel maledetto pomeriggio non so più nulla di calcio, anche se il Toro rimane la mia squadra del cuore. Per la cronaca, ho lasciato stupefatta mia figlia quando le ho recitato a memoria tutti nomi di quei calciatori. Poi, negli Anni Settanta, presso la Sala Bolaffi, ho curato con grande emozione l’evento espositivo “Torino–Juventus”, al quale hanno partecipato i più noti pittori piemontesi. È stata una manifestazione multicolore di quadri granata e bianco-neri, una sorta di derby senza né vincitori né vinti. Molto faticoso da mettere insieme, in quanto la maggioranza degli artisti – docenti di Accademia e del Liceo Artistico – tifava per il Torino. Per agevolarmi, alcuni hanno accettato di passare al campo avverso, divertendosi però a raffigurare il portiere con atteggiamento affranto o l’attaccante distratto; ognuno naturalmente in maglia juventina, rigorosamente D.O.C.

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