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Quella volta che sono andato all’Inferno è stato alla fine degli anni Sessanta. Avevo allora 34 anni e da poco ero caporedattore della Giulio Bolaffi Editore. Un mattino, con Michele G. – un amico di raffinata cultura – abbiamo varcato la soglia dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino per incontrare il prof P. Abbiamo trovato l’ampia aula delle esercitazioni di scultura rigurgitante di studenti che discutevano animatamente. Le voci si sovrapponevano, tutti parlavano e nessuno ascoltava. Un giovanotto un po’ meno agitato ci ha spiegato che si trattava di un’assemblea dedicata al pensiero politico di Ho Ci Minh e al suo appello ai Compagni di tutto il mondo a cibarsi solo con una ciotola di riso al giorno, come testimonianza solidale con i valorosi combattenti Vietcong. Il Presidente del Vietnam del Nord – allora in guerra con gli USA – era l’indiscusso parametro di riferimento della Rivoluzione Comunista. Finalmente abbiamo individuato il prof. P. che ci ha lanciato un’occhiata sprezzante. Aderiva al movimento dell’Arte Povera, e in futuro sarebbe approdato al mercato internazionale con quotazioni stratosferiche. Forse ci ha anche salutati, ma forse no. In un angolo tranquillo Michele ha aperto la sua valigia e collocato su una sedia un pupazzo con il volto di cartapesta dipinta, un cappello di paglia sformato, jeans logori con la chiusura lampo aperta e vecchi scarponi, garbatamente spiegando che si trattava di uno spaventapasseri fatto dal mezzadro che curava il podere della sua famiglia. Io ho aggiunto che, a mio parere, si trattava di pura Arte Concettuale. A quel punto ho sentito la mano di P. sul collo, come per strozzarmi. Ha urlato “Mi prendi per il culo?”. Poi ha spostato la mano dal mio collo a quello dello spaventapasseri. Scuotendolo con violenza ha declamato: “Non vedo un processo di deculturazione, anzi qui c’è un prodotto del tutto interpretabile; non è stato azzerato il significato. Noi portiamo avanti la regressione al primario; noi combattiamo per un comportamento d’arte elementare e spontaneo; tutto quello che realizziamo è pre-logico e pre-iconografico!”. Chiarissimo no? Michele, imperturbabile, cingendomi affettuosamente le spalle, mi ha guidato fuori dall’aula: “Preferisci andare a riveder le stelle o a mangiare una marxista ciotola di riso?”. Come Dante e Virgilio siamo usciti dall’Inferno e ci siamo fatti una pizza.

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