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Quella volta che ho scritto una poesia. Nel 1980 ero stato invitato alla 24° edizione del Premio Campigna a Santa Sofia, in provincia di Forlì. Il titolo espositivo era: Il Paesaggio tra Natura e Artificio. Tuttavia, in qualità di curatore con gli amici Enzo di Martino e Claudio Spadoni, mi ero trovato del tutto disarmato. Credo infatti – e lo credo tutt’ora – che i termini natura e artificio diventano sinonimi quando sono declinati in chiave di espressività pittorica. Scrivere un testo critico e individuare artisti di idonea espressività mi era dunque praticamente impossibile. D’altra parte avevo una responsabilità nei confronti dei colleghi e di un Premio di cui ero stato curatore per molti anni. In soccorso mi venne puntualmente Maura, mia figlia, che aveva otto anni. Con soavità mi fornì una perfetta e semplicissima esemplificazione sul tema della natura e dell’artificio, che mi permise di uscire dallo stallo. Ma un saggio critico non ci stava proprio in catalogo. Decisi quindi di sostituirlo con una poesia. Scrivere versi era, ed è ancora, il mio piacere segreto. Ricordo ancora il consenso divertito della gran parte dei partecipanti al Premio, e soprattutto l’omaggio affettuoso di Enzo di Martino che, nella sua prefazione critica, scrisse di aver “invidiato molto Paolo Levi, anch’egli curatore della mostra, per aver risolto brillantemente il problema con un provocatorio epigramma”. Eccolo:

Vi scrivo dalla mia non conoscenza da questo non saper distinguere tra realtà e artificio. È poi così essenziale conoscere la differenza? Di paesaggi ne so molto poco. So solo che ai giardini Cavour accanto a casa mia tra scivoli e altalene e monumenti a Mazzini nel verde afoso estivo senza sfogo sotto un pino che non vuole crescere abita un barbone tra bottigliette vuote  molliche di pane in un sacco a pelo blu. Di giorno sparisce e appesa ai rami lascia la sua roba, Si sveglia quando io passo alla mattina per andare al mio lavoro. Maura mi chiede dalla sua bici da dove viene? Dal fiume, è un pesce-uomo buono, dico. No, dai ponti del Po che puzzano di orina risponde la mia bambina che di realtà ne sa più di me.

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