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Quella volta che ho ritrovato il tempo perduto

Quella volta che ho ritrovato il tempo perduto era l’inverno del 1978. Poiché molti maestri della pittura italiana del secolo scorso, pur storicizzati in vita, sono ingiustamente finiti nell’oblio, oggi e qui, sento il dovere di evocare Francesco Menzio (Tempio Pausania,1899 – Torino, 1979), docente dell’Accademia Albertina di Torino. Ero andato a trovarlo nella sua casa, in piazza Vittorio, sul Lungo Po, per il servizio e la copertina sul mensile BolaffiArte. Viveva con la moglie Ottavia e aveva il suo atelier nel grande e bellissimo alloggio che il suo principale sostenitore, un imprenditore torinese, aveva acquistato per lui. La signora Ottavia mi accolse in anticamera con un brusco rimbrotto: “La sua rivista per ricordarsi di Francesco doveva attendere che avesse un piede nella tomba”. Aveva perfettamente ragione: se ne andò serenamente dopo pochi mesi.

Trovai l’anziano maestro che mi attendeva, seduto in poltrona accanto alla finestra che dava sul fiume e sulle colline dove campeggia la Basilica di Superga. Parlava lentamente, vagamente, come se pensasse ad altro. Accanto a lui la signora Ottavia lo supportava con la sua ironia graffiante nella conversazione: “I nostri amici tra gli storici dell’arte sono stati Lionello Venturi e Roberto Longhi, che era proprio molto intelligente”.

Oggi pochi, e forse solo a Torino, lo ricordano. Eppure era stato un importante protagonista dell’arte italiana. Negli anni Trenta, in un’epoca in cui la cultura stagnava nella retorica fascista, Menzio era stato il promotore del Gruppo dei Sei di Torino. L’idea gli era venuta passeggiando sotto i portici di via Po con Carlo Levi, Nicola Galante, Jessie Boswell, Enrico Paulucci, Gigi Chessa. Alcuni di loro avevano soggiornato a Parigi, a Montparnasse. La presenza del Gruppo dei Sei aveva fatto di Torino un caposaldo dell’arte Moderna, al punto di essere definita “la piccola Parigi”.

Francesco Menzio inizialmente aveva guardato a Matisse, ed era stato un pittore intimista, con esecuzioni di ritratti, autoritratti, paesaggi delle Langhe, scorci del Po e dei suoi ponti. Le sue campiture erano raffinate, la sua cromia luminosa e trasparente, il suo tratto vivido e carico di emozione.

Quando lo conobbi, in quegli anni Settanta, aveva ormai ridimensionato il mito di Parigi. Mi disse pacatamente: “Tutto il mondo è provincia, compresa Parigi”.

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