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Quella volta che Mario Schifano mi ha offerto uno spinello

Quella volta che Mario Schifano mi ha offerto uno spinello risale alla fine degli anni Ottanta, alla fine dei terroristici Anni di Piombo e, per la precisione, quando uno dei suoi principali protagonisti – Oreste Scalzone – era rifugiato a Parigi grazie alla comprensione “illuminata” e ospitale del presidente Mitterand. L’incontro con Mario Schifano iniziò a pranzo in un’osteria romana. Aveva portato con sè suo figlio, un ragazzino di circa dieci anni. Per tutto il tempo non fui in grado di parlargli perché rimase attaccato al telefono fisso (all’epoca non esistevano ancora i cellulari) appoggiato al nostro tavolo, parlando ad alta voce e ridendo. Lo ascoltavo con un certo sconcerto, dato che il suo interlocutore era, appunto, Oreste Scalzone. Alla fine della conversazione passò la cornetta al suo bambino: “Tieni: Oreste è a Parigi, e ti vuole salutare”. Poi rivolto a me aggiunse: “Sta bene e non pensa proprio di tornare per il processo”. Scalzone fu poi condannato a otto anni nel 1988, in contumacia. Oggi vive libero in Italia.

Trascorsi tutto il pomeriggio nello studio di Schifano in via delle Mantellate, assistendo alla coda di piccoli e medi mercanti d’arte che si facevano consegnare i suoi dipinti con il colore ancora fresco. Benché non fossi più un novellino, non mi era mai capitato di assistere a una simile modalità esecutiva: in pochissimo tempo Schifano iniziava e terminava le sue composizioni con rapide e aggressive sciabolate di spatola e di larghi pennelli, che si alternavano nelle sue mani a velocità fulminea. Sul supporto si rivelavano come per incanto composizioni informali di suggestione semi-figurativa. Era una sorta di catena di montaggio senza tregua, e vera e propria “carta moneta”, sia per Schifano che per i suoi mercanti. Parlava senza alzare gli occhi, e rispondeva con garbo alle mie domande al registratore. Non riuscivo a respirare per le esalazioni degli acrilici e per il fumo dei suoi spinelli. Me ne offrì uno: “Ne vuoi? È ben tagliata!” Rifiutai con la scusa che dovevo fare ritorno a Torino. Quando arrivai a casa mia moglie mi disse che ero del tutto strafatto, con le pupille dilatate e molto euforico; mi fece fare un bagno caldo e bere una gran quantità d’acqua per smaltire più velocemente gli effetti del fumo passivo. E da allora, quando al ristorante chiediamo una “tagliata” di carne, ci viene da ridere.

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