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Quella volta che non ero Carlo Levi

Quella volta che non ero, ahimè, lo scrittore e pittore Carlo Levi. Per inciso, spesso mi sono sentito chiedere se sono parente con lui o con Primo Levi. Non lo sono di nessuno dei due.

Quella volta comunque rimasi incantato dalla visione dalla splendida coscia tornita di Marta Marzotto, musa e amante di Renato Guttuso. Mi trovavo a Roma, a Palazzo del Grillo, dove il Maestro viveva come un principe. Era venuto ad accogliermi Fabio Carapezza – non ancora figlio adottivo ed erede e, dopo la morte di Guttuso, protagonista di vicende giudiziarie assai complesse e oggettivamente oscure. Mi aveva introdotto in un salotto al pian terreno. Seduto in poltrona stava il Maestro del Realismo Socialista e alla sua sinistra, seduta languidamente sul bracciolo, la contessa Marta Marzotto ancora in abito da sera a mezzodì inoltrato; accarezzava la seducente testa grigia del suo esimio compagno, esibiva un favoloso decolleté e, da un profondo spacco laterale, una lunga gamba tornita dalla quale tentavo invano di distogliere gli occhi. Come se fossi trasparente non mi aveva neanche guardato e neppure salutato. Aveva proseguito tranquillamente la sua conversazione con Guttuso: “Renato, con Giulio (Andreotti – nda) devi fare attenzione, ti esponi troppo”. Intanto Carapezza mi aveva portato un caffè. Solo in quel momento Guttuso aveva alzato lo sguardo e salutato con un “Ciao Levi”. A quel punto la contessa, senza alzare lo sguardo, sbottò con aria di sufficienza mista a una noia sdegnosa: “Ma questo qui è mica Carlo!”. Si alzò, si voltò mostrandomi il sontuoso panorama delle sue terga, e uscì dal salotto sbattendo la porta.

Non per fare confronti – lungi da me -, quando nel 1982 ero andato a trovare Guttuso nella villa di Velate in occasione del suo settantesimo compleanno, avevo incontrato sua moglie Mimise Dotti. Con grande signorilità subiva il tradimento del marito, che continuava a venerare. E Guttuso, a suo modo, ne ricambiava l’affetto e ne rispettava la nobiltà d’animo. Mimise non esibiva certo le armoniose rotondità della rivale, ma solo la dignitosa eleganza di una donna non più giovane. Altra classe. Mi offrì il caffè con estrema gentilezza, da perfetta padrona di casa.

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