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Quella volta che Philippe Daverio mi ha fotografato con un Barbone

Quella volta che Philippe Daverio mi ha fotografato con un barbone e due cani risale a poco più di un mese fa: per intenderci meglio, giovedì 27 luglio di quest’anno. Eravamo a Palermo, ospiti di Pietro e Sandro Serradifalco, editori di quella macchina da guerra che è diventata EA. Nel pomeriggio, al Teatro Biondo e con ruoli differenti, avevamo fatto la nostra parte di fronte a una platea di cinquecento artisti in occasione del Primo Premio Internazionale d’Arte. Poi avevamo cenato in un’ottima trattoria. Era da poco passata la mezzanotte quando, per strada, in attesa del taxi che ci avrebbe riportato all’albergo, Philippe Daverio si è improvvisato reporter della notte: aveva avvistato un barbone seduto a gambe incrociate su una coperta di lana, sorvegliato da due struggenti guardie del corpo, due cani latranti e del tutto inoffensivi. Come fosse la cosa più normale del mondo, Philippe mi ha invitato a posare vicino al barbone e ai cani per una foto. Il mio anonimo e provvisorio compagno di strada aveva i capelli lunghi e grigi, lo sguardo sereno, un poco stupito. Il mio esimio collega, con il suo fare da impeccabile e colto gentiluomo, mi ha presentato al barbone che naturalmente non mi ha degnato nemmeno di uno sguardo: “Questo è Paolo Levi, noto critico d’arte”, senza rivelare, in verità, che lui era, ben più di me, un valentissimo storico dell’arte. Ma tutto questo che importanza poteva avere per il nostro clochard? In fondo, tutti noi avevamo fatte le nostre scelte esistenziali: l’uomo dei cani, silenzioso nella sua dignità, aveva voluto estraniarsi dal mondo. Io del mondo avevo scelto una delle cose per cui vale la pena vivere, l’arte. E Philippe? Quella volta, non certo la prima e non certo l’ultima, ha delineato i confini tra lui e il mondo borghese, lui, libero pensatore in perenne dissidio con la cultura di massa, lui, intellettualmente apolide e curioso, capace di stupirsi, di giocare e di rivelare che il re è nudo, come il bambino della fiaba di Andersen.

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