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Quella volta che ho detto arrivederci a Piero Guccione

Quella volta che ho detto arrivederci a Pietro Guccione. Ma era un addio. Ho saputo che è morto da pochi giorni nella sua città natale, Scicli, a 83 anni. Era un vero Maestro, da non dimenticare per la bellezza struggente delle sue composizioni tra il figurativo e l’informale lirico.

Avevo scoperto i suoi lavori all’inizio degli anni Settanta, in occasione di una sua grande personale presso la galleria Il Gabbiano di Roma. Era un uomo giovane, nobilmente responsabile della faccia che portava, civile, serena, autoriflessiva, e con le stigmate del siculo normanno – i capelli biondi e gli occhi azzurri. Se ne stava appartato come se fosse capitato lì, in galleria, solo per caso. Sembrava non voler disturbare il pubblico della Roma bene, intento a osservare le sue ricerche del tutto inedite. Erano esecuzioni a pastello e a olio, figure riprese in chiave intimista con tratti leggeri; paesaggi trasognati di Sicilia, e in special modo marine luminescenti aprospettiche come un quadro astratto di scuola americana. Tra i visitatori c’erano Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Alfonso Gatto, tutti intellettuali di area comunista, dato che Guccione era l’assistente di cattedra di Renato Guttuso all’Accademia di Belle Arti di Roma. Ostentavano una certa indifferenza di fronte a lavori che nulla avevano da spartire col Realismo Socialista, e sono certo che in quel pomeriggio iniziatico non avevano affatto capito che quel silenzioso eretico presto avrebbe preso il volo a livello internazionale. In seguito, oltre quindici anni dopo, il suo fedele mercante Sandro Manzo mi mise al corrente che Guccione era tornato nella sua Sicilia, a Quartarella paese di campagna tra Scicli e Modica. Allora andai laggiù per intervistarlo. Mi venne incontro sulla porta di casa; aveva lo stesso sguardo scrutatore e aristocratico di tanti anni prima, ma i capelli erano bianchi. Odorava di limoni, non solo di tavolozza. La compagna della sua vita, Sonia Alvarez, prima della partenza, mi riempì di doni della loro terra. Il Maestro mi salutò con gentile distacco. Un arrivederci che interpretai come un buon auspicio per un altro prossimo incontro. Invece no. Peccato.

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